Spedizione gratuita per ordini superiori a 100 €

Studio per dieta alimentare ed integrazione a Caselle torinese

Telefono

+39 3792265919

Indirizzo

Caselle Torinese (TO)

NUTRIZIONE E INTEGRAZIONE NELL’ATLETA PARAOLIMPICO
Il seguente articolo è stato selezionato tra le migliori tesine di fine anno presentate per l’edizione 2019-20 *.
“Attraverso lo sport riusciamo a far capire che una cosa vista come un difetto, come un’amputazione o una disabilità, diventa una cosa di cui noi andiamo fieri.”
Bebe Vio
INTRODUZIONE
A prescindere dallo sport, la corretta nutrizione costituisce una componente di centrale importanza nell’ambito del protocollo sanitario complessivo per le persone disabili. A maggior ragione, nel caso del disabile sportivo, un’alimentazione “su misura” è essenziale tanto nell’ottica del miglioramento delle performance quanto in quella, ancor più importante, del contenimento dei rischi specifici ai quali la persona disabile è naturalmente esposta (6).
DEFICIT VISIVO
Il deficit visivo va dalla vista parziale, di entità tale da essere legalmente considerata invalidante, alla cecità totale. Le vitamine, e in special modo la vitamina A, giocano un ruolo molto importante nel ciclo visivo (7). Un’alimentazione errata può contribuire allo sviluppo della cataratta e della degenerazione maculare, soprattutto in età avanzata. Le vitamine C ed E ed i carotenoidi come la luteina e la zeaxantina, grazie alle loro proprietà antiossidanti, possono aiutare a prevenire lo sviluppo ed a combattere la progressione della cataratta (😎, mentre è bene mantenere concentrazioni di vitamina D ben al di sopra di 50nmol/L per prevenire la degenerazione maculare (9). Pertanto, è buona pratica prevedere un adeguato apporto di vitamine A, C, D ed E e di carotenoidi nella dieta dello sportivo disabile con deficit visivo.
In contrasto con le risultanze di diversi lavori che avevano evidenziato come alti livelli di calcio da fonti alimentari e da integratori fossero direttamente proporzionali ad una maggiore incidenza di degenerazione maculare, un recente studio sembra ribaltare il punto di vista della scienza sull’argomento. Dai risultati esposti nella pubblicazione, infatti, emerge come alte concentrazioni di calcio avrebbero il potere di rallentare la perdita della vista correlata alla degenerazione maculare. Pertanto, ferma restando la necessità di ulteriori approfondimenti scientifici sull’argomento, sembrerebbe che un’alimentazione ed eventualmente anche un’integrazione di calcio nell’atleta ipovedente possa avere un impatto positivo tanto sulle prestazioni quanto sul fronte del rallentamento delle funzioni dell’apparato visivo (10).
DISABILITÀ INTELLETUALE
La disabilità intellettuale comporta un funzionamento intellettivo ritardato e inadeguatezze correlate al comportamento adattivo. Le complicazioni secondarie più comuni nei soggetti con disabilità intellettiva sono obesità, spossatezza e stipsi cronica. Un regime alimentare adeguato può risultare risolutivo. Vanno, dunque, inseriti nel piano alimentare dell’individuo frutta e verdura di stagione, asparagi, mandorle dolci secche, formaggi quale provolone, farro, avena, pasta e riso integrali, uova con tuorlo, latte di soia, pesce azzurro e in generale gli alimenti ricchi di triptofano (11).
DISABILITÀ FISICA
In virtù della vasta gamma di disabilità fisiche riscontrabili nell’individuo, parlare genericamente di esigenze nutrizionali dei disabili fisici è un’impresa ardua. Infatti, ad esempio, mentre alcune tipologie di disabilità fisiche necessitano di una dieta ipercalorica per evitare un’eccessiva perdita di peso associata ad un’intensa attività fisica, lo sportivo disabile costretto in sedia a rotelle necessita di una dieta ipocalorica, e ciò per via della minore massa muscolare attiva, da un lato, e del conseguente metabolismo più lento, dall’altro (12).
Similmente, dal momento che condizioni quali bilancio azotato negativo e ipocalcemia possono favorire la difficoltà o l’impossibilità di movimento, è importante che il fabbisogno minerale sia calcolato in maniera tale da far fronte allo sforzo fisico correlato all’evento sportivo, somministrando quindi dosi adeguate di calcio in caso di intensa attività motoria, compensandolo con un’adeguata assunzione di integratori liquidi. Inoltre, al fine di riparare i tessuti dopo lo sforzo fisico, va assicurato all’atleta un adeguato apporto proteico e, specificamente per i soggetti affetti da atassia (cioè la mancanza di coordinazione muscolare, che influenza negativamente i movimenti volontari, i movimenti oculari e la parola) si rende opportuna una dieta a bassissimo contenuto di glutine cumulativamente ad un’integrazione multivitaminica ricca di vitamina E (13).
Nel quadro della disabilità fisica, una menzione particolare merita il trattamento dei soggetti amputati. A parità di carico di lavoro, infatti, l’amputato registra un carico cardiaco maggiore rispetto al normodotato (14), ed è pacifico che il sovraccarico cronico del cuore aumenta sensibilmente il rischio di insufficienza cardiaca (15). Inoltre, come il soggetto costretto in sedia a rotelle, anche l’amputato presenta un metabolismo tendenzialmente rallentato che lo espone al rischio di un aumento di peso indesiderato. Pertanto, appare necessario un approccio nutrizionale volto a ridurre al minimo l’assunzione di grassi saturi e di sale, calibrando l’assunzione di carboidrati in maniera tale da fornirne una quantità coerente con lo sforzo fisico e tenendo a mente che oltre detta soglia il soggetto tenderà a convertirli in grasso. Un ruolo importante, poi, è giocato dai cibi ricchi di ω3, i quali vanno assunti regolarmente.
APPROCCIO ALL’ELABORAZIONE DEL PIANO ALIMENTARE
1. IL PRIMO STEP
Diversi studi dimostrano che solo una piccola parte degli atleti paralimpici si affidano ad un professionista della nutrizione per lo sviluppo del piano alimentare individuale, che la maggior parte degli atleti non conosce i concetti nutrizionali di base relativi alla propria condizione fisica ed allo sport praticato e che, nella maggior parte dei casi, l’apporto dietetico dell’atleta paralimpico è subottimale (16). Tali livelli nutrizionali subottimali spesso risultano anche in carenze di micronutrienti quali vitamine B, calcio, magnesio, vitamina C e vitamina D, con conseguenze negative sulle prestazioni e con una maggiore esposizione al rischio di una cattiva salute delle ossa e di inefficienze nel ciclo di trasporto e utilizzo dell’ossigeno (17).
Quando si parla di sport paralimpici, la valutazione delle esigenze nutrizionali dell’atleta va effettuata sulla base della tipologia di disabilità e dello sport praticato (18). Inoltre, è essenziale conoscere e comprendere i numerosi fattori correlati alla disabilità ed il loro impatto sulle prestazioni. Tali relazioni, delineate nella Tabella 1, costituiscono il punto di partenza per lo sviluppo del regime alimentare dell’atleta paralimpico (19).
2. I NUTRIENTI CHIAVE
Carboidrati, proteine, Vitamina D e ferro sono gli elementi centrali nell’alimentazione del disabile sportivo, in quanto è dimostrato che il mantenimento di livelli ottimali nell’assunzione di questi nutrienti ha un impatto significativo sulle prestazioni (20).
CARBOIDRATI
Specificatamente per il trattamento degli atleti con arti inferiori amputati o che presentino una lesione del midollo spinale, è bene tenere a mente che la loro condizione clinica tende a determinare un maggiore dispendio di glicogeno e, quindi, una maggiore necessità di carboidrati (21). Per quanto poi concerne i tempi di allenamento, contrariamente ai normodotati, i quali con adeguati livelli di glicogeno muscolare posso svolgere tra 90 e 120 minuti di allenamento produttivo, l’esperienza di preparatori atletici e nutrizionisti con atleti paralimpici appare suggerire che i tempi di allenamento produttivo delle persone affette da lesioni del midollo spinale o che hanno subito l’amputazione degli arti inferiori sono compresi tra i 75 ed i 90 minuti (22).
L’assunzione di carboidrati va calibrata giorno per giorno in base al tempo totale ed all’intensità dell’allenamento. La tabella 2 delinea le quantità di carboidrati consigliate per un atleta allenato con livello di peso e grasso corporeo nella media. Pertanto, per gli atleti più minuti o che presentino una massa muscolare meno attiva è preferibile orientarsi sui valori inferiori delle forbici indicate.
Come mostrato dalla Tabella 3, pur non essendo sempre necessaria, l’assunzione di carboidrati durante l’allenamento può contribuire al raggiungimento del fabbisogno giornaliero totale. Ciò avviene, ad esempio, se l’atleta non ha mangiato prima dell’allenamento e la sessione consiste in lavoro ad alta intensità o se l’atleta è impegnato in una sessione di allenamento particolarmente dura che comporti minor tempo a disposizione per alimentarsi, appetito ridotto e minor tempo tra un modulo di allenamento e l’altro per il recupero delle riserve di glicogeno muscolare (23).
Per diverse ragioni, alcuni soggetti possono mal sopportare l’assunzione di carboidrati in forma solida immediatamente prima e durante l’allenamento. Ciò tendenzialmente avviene negli amputati degli arti inferiori e nei soggetti con lesione del midollo spinale. In questi casi, è suggerita un’assunzione di carboidrati in forma liquida o semiliquida, ad esempio in forma di frappè (24).
PROTEINE
Come è noto, distribuire l’assunzione di proteine nell’arco di tutta la giornata, e in particolar modo dopo lo sforzo fisico, migliora la sintesi proteica e contribuisce a migliorare l’adattamento fisico all’allenamento.
Nell’ambito di un piano nutrizionale di recupero, un’assunzione adeguata di proteine da fonti ad alto valore biologico, come carne di manzo, pesce, pollame, uova e latticini, va consumata immediatamente dopo le sessioni di allenamento. Questa strategia di recupero dovrebbe essere ripetuta per tutta la settimana, poiché i processi di recupero avvengono dalle 24 fino alle 48 ore dopo l’allenamento. Durante le fasi di allenamento ipocalorico, come nel caso degli atleti che competono in sport nei quali è centrale un aumento del peso, l’assunzione di proteine ​​dovrebbe essere incrementata per favorire la crescita della massa muscolare e preservarne il volume (25). La Tabella 4 fornisce delle linee guida circa l’apporto proteico dell’atleta paralimpico.
FERRO
Il ferro garantisce l’erogazione ottimale di ossigeno ai muscoli sotto sforzo. Gli atleti hanno un fabbisogno di ferro maggiore a causa dell’aumentata produzione di globuli rossi e di un maggiore turnover dovuto ad emolisi, sudorazione, sanguinamento gastrointestinale e altri fattori. Un inadeguato apporto di ferro rispetto all’effettivo fabbisogno porta ad affaticamento precoce, riduzione dei tempi di esaurimento, aumento di percezione dello sforzo, riduzione della capacità aerobica e inibizione degli adattamenti all’allenamento. Un inadeguato apporto di ferro può derivare da un’errata scelta circa le tipologie e quantità di cibo consumato (26).
Analizzare i livelli di ferro negli atleti paralimpici è essenziale poiché diversi studi dimostrano che vi è la tendenza ad una sua insufficiente assunzione. La Tabella 5 mostra i diversi livelli di esaurimento e carenza di ferro.
Se i valori sono troppo bassi e non migliorano con l’aumento del consumo di alimenti ricchi di ferro, è consigliata l’integrazione. La Tabella 6 illustra il protocollo di integrazione di ferro seguito dal Comitato Olimpico USA.
VITAMINA D
Gli atleti paralimpici tendono ad essere carenti di vitamina D. Ciò si verifica a causa di diverse ragioni tra cui, a titolo esemplificativo, per via del tipo di disabilità, di un inadeguato apporto energetico e di carenze di micronutrienti. La Tabella 7 illustra i livelli ottimali di vitamina D negli atleti.
In caso di persistente carenza di tale vitamina, può farsi ricorso all’integrazione secondo il modello delineato nella Tabella 8.
CONCLUSIONI
Un’attenta analisi delle abitudini alimentari dell’atleta paralimpico, in particolare dell’apporto di carboidrati, proteine, ferro e vitamina D, è essenziale per rilevare carenze nutrizionali che limitano significativamente le prestazioni atletiche. Le principali conseguenze di carenze nutrizionali relative ai suddetti nutrienti includono livelli di glicogeno muscolare insufficienti a sostenere un’adeguata produzione di energia, difficoltà di recupero, salute precaria delle ossa, tempi lunghi nella riparazione delle lesioni e riduzione della capacità aerobica e dell’adattamento all’allenamento.
Di seguito, un esempio di piano alimentare su misura sviluppato per un’atleta paralimpica di triathlon con lesione del midollo spinale che si allena due volte al giorno.
Risulta, dunque, necessario personalizzare l’alimentazione degli atleti paralimpici per massimizzarne il benessere e le prestazioni sportive. Ulteriori e più approfonditi studi sono certamente necessari al fine di colmare il divario conoscitivo tra la nutrizione dell’atleta normodotato e quella dell’atleta paralimpico.